L'invio per posta ordinaria del DVD di installazione, grazie alla cortesia dei
Fedora Ambassadors, ha richiesto qualche giorno, mentre l'installazione
solo un paio d'ore. Ho utilizzato per i test una macchina virtuale VMware Workstation di tipo
Red Hat Linux classico, avendo solo l'accortezza di effettuare una creazione
custom e di scegliere un hard disk virtuale IDE al posto di quello SCSI predefinito. Undici GB di spazio libero sono d'avanzo per installare pressoché tutti i pacchetti del setup standard di Fedora Core 6 disponibili in Anaconda, ed in particolare rimane abbondante spazio per attingere al repository di Fedora Extras, che comprende attualmente più di 3.000 pacchetti e può ora essere configurato già durante l'installazione con Anaconda come sorgente; peccato solo che vi si possa accedere esclusivamente tramite HTTP ed FTP, non da CD/DVD o share NFS. L'installer di Fedora supporta ora inoltre IPv6.
Abbiamo
già spiegato come abilitare
Compiz, il nuovo window manager che fa uso di AIGLX e che può prendere il posto del Metacity di default. Si noti che potrebbe essere necessario scaricare i pacchetti
compiz e
compiz-devel, se non si è provveduto a selezionarli in fase di installazione con Anaconda. Compiz presenta inoltre una serie di dipendenze con altri importanti pacchetti, quali la libreria statica
libgnome-window-settings e
gnome-session. Non impossibile, ma di certo meno comoda, l'idea di installare Compiz su KDE: porterebbe al download di 50 MB di librerie, praticamente l'intero GNOME.
I nuovi effetti di rendering sono immediatamente visibili nel tema Bluecurve di default, a patto di installare i driver di una scheda di nuova generazione. La virtual machine che ho allestito aveva 1 GB di memoria virtuale. Dall'applet
System | Preferences | Desktop Effects potrete scegliere quali effetti abilitare, in particolare l'ormai celebre
spazi di lavoro disposti sulle facce di un cubo. Se l'hardware della macchina non supporta Compiz, semplicemente X effettuerà il logout della sessione e tornerete alle impostazioni di default. Non sarà il
non plus ultra dal punto di vista tecnologico, ma si fa apprezzare esteticamente il nuovo font predefinito
DejaVu. Un'altra grande novità, oltre naturalmente alla possibilità di installare Fedora 6 sui Mac Intel (possibilità che, lo confesso candidamente, non ho provato), è sicuramente il migliorato supporto per la virtualizzazione con Xen 3.0.2, e naturalmente la nuova GUI di gestione, ovvero il pacchetto
virt-manager, disponibile in una ancora giovane versione 0.2.3.
Per installare
virt-manager è necessaria praticamente l'intera famiglia di pacchetti
gnome-python2, a partire da
gnome-python2-gnomekeyring. Dopo l'installazione troveremo il nuovo Virtual Machine Manager nel menu System delle Applicazioni: sostanzialmente, possiamo connetterci ad un host Xen, locale o remoto, o ad un altro hypervisor specificandone l'URI; opzionalmente possiamo specificare una connessione in sola lettura. Come già ricordato, questo frontend grafico è ancora
giovane, ma offre già alcune interessanti opzioni: oltre a cambiare la frequenza di campionamento (ogni secondo di default), possiamo monitorare lo stato e l'uso delle CPU e della memoria virtuale delle macchine. Dalla lista riassuntiva possiamo aprire un dettaglio su ogni virtual machine, con possibilità di modificare le risorse allocate ed effettuare lo shutdown remoto, prendere degli screenshot dello stato, o aprire una console di amministrazione. I piani futuri in tema di virtualizzazione prevedono il supporto per altre piattaforme, quali
QEMU - peraltro è un pacchetto già presente negli Extras - ed il leader di mercato VMware; inoltre, Red Hat sta sviluppando un tool di provisioning,
Cobbler, dotato di un'interfaccia grafica e di un'API Python, che si integrerà in una struttura PXE e prevederà anche il deployment di macchine virtuali.
Nella
ordinaria amministrazione includiamo l'aggiornamento alle ultime versioni, rispettivamente la 2.16, la 3.5.4, la 1.2 e la 7.1, di GNOME, KDE, CUPS ed X.org. Red Hat continua inoltre a puntare molto, per gli utenti
casalinghi, sull'alternativa open source a Microsoft Money, offrendoci la recente versione 2.0 di
GnuCash. Tutte le applicazioni Fedora Core sono state ricompilate con il
DT_GNU_HASH di
binutils e
glibc; se questo ha portato, com'è noto, ad un
freeze dello sviluppo di due settimane fra la Test 2 e la Test 3, è stato però garantito un aumento delle prestazioni fino al 50% per le applicazioni che usano il linking dinamico. Il file system predefinito di Fedora,
ext3, beneficia inoltre della
patch ext3_get_blocks, inclusa nelle ultime versioni del kernel, che permette di mappare/allocare più blocchi di I/O in un solo passaggio. Un nuovo servizio, parte del
CacheFS di Red Hat, esegue ora il caching in background, a vantaggio delle prestazioni dei file system di rete come AFS ed NFS; anche qui, vedremo probabilmente il progetto compiuto in RHEL 5.
Rimanendo in tema di lavori che arriveranno a compimento con la prossima versione di Red Hat Enterprise Linux, in Fedora 6 è presente
CoolKey, un sistema per l'autenticazione tramite smart card che sarà parte di una più generale soluzione di PKI; al momento abbiamo le librerie statiche
libcoolkeypk11.so che forniscono un driver di base per PKCS#11. Non solo è stato adottato un kernel basato sulla recentissima 2.6.18, ma non abbiamo più kernel separati per SMP ed UP, su nessuna architettura: la versione Fedora 6 del kernel è ora in grado di rilevare automaticamente la configurazione del processore, ed abilitarne il bit appropriato. I programmatori
low-level faranno bene a leggere il capitolo 8 delle
Release Notes, dedicato ai cambiamenti apportati dal Fedora Project al kernel standard. Per l'amministrazione di un cluster è ora fornito un tool,
lvm2-cluster, che richiede la presenza del modulo
Device Mapper, peraltro già presente nell'installazione standard di Fedora. Buono come al solito il supporto per periferiche USB e FireWire.