E così, finalmente
Tikanga, ovvero
Red Hat Enterprise Linux Server 5 (RHEL 5) è
disponibile, seppure in versione beta, al pubblico. Cosa dobbiamo aspettarci in più rispetto alla versione gratuita da cui prende le mosse,
Fedora Core 6? Dalle prove che ho effettuato, comincerei con una parola:
stabilità. In
Red Hat Enterprise Linux Server 5 (RHEL 5) finiscono solo i pacchetti che hanno dimostrato, più volte, una completa affidabilità in
Fedora, e la dotazione di software di
RHEL 5 non è nemmeno paragonabile a quella di
Fedora Core 6 (in particolare, manca OpenOffice.org): eppure, nessun collo di bottiglia, nessuna dipendenza irrisolta, nessun server che non funzioni al primo colpo dopo l'avvio dallo snap-in amministrativo
Services, nessuna impostazione del server grafico X che non venga subito riconosciuta.
Abbiamo inoltre alcuni servizi aggiuntivi, quali
readahead che effettua il
prefetching in memoria dei programmi utilizzati in fase di start-up, velocizzandone la partenza. Nel menu
System/Documentazione troveremo una versione preliminare della
Deployment Guide che mi è stata molto utile nelle prove; un'altra risorsa di indiscutibile aiuto è la
mailing list dedicata.
Qualche problema lo dà solo il
frontend grafico per l'aggiornamento dei pacchetti, il ben noto
pirut, uso ad andare in
segmentation fault dopo l'installazione degli aggiornamenti; per di più l'installer grafico
yumex, mio usuale compagno, non è un pacchetto disponibile in questa versione. Ancora, lo stesso database degli RPM, basato su
Berkeley DB, è stato corrotto più volte durante le prove a seguito di un'installazione, richiedendo ogni volta la cancellazione delle informazioni di lock con l'usuale
rm -f /var/lib/rpm/__db*. Il download prevede 5 CD (che scendono a 4 se si sceglie di compilare dai sorgenti) più un
Supplementary che comprende tutto il software gratuito che, per motivi di licenza, non è possibile includere nella distro mainstream: Adobe Acrobat Reader 7.0, i vari JDK 1.4.2 ed 1.5.0, il plug-in per Flash. Prestiamo particolare attenzione, in questi CD, alle cartelle
Cluster,
ClusterStorage e
VT, che contengono i pacchetti binari rispettivamente: per il failover clustering ed opzioni per il bilanciamento del carico; per il filesystem parallelo
clusterizzato ed opzioni per la gestione del volume
clusterizzato; per le opzioni di
virtualizzazione.
Se vogliamo usufruire degli aggiornamenti e del download di pacchetti aggiuntivi tramite la
Red Hat Network dovremo specificare, in fase di installazione, un numero di registrazione; nelle
Release Notes, la cui versione più aggiornata è
disponibile online, insieme alle
note aggiuntive, ne troverete uno di default, ma è possibile ottenerlo anche
registrandosi per una versione di valutazione a 30 giorni di un qualsiasi Red Hat Linux Enterprise. Ho detto che la dotazione di pacchetti non è paragonabile a quella di
Fedora Core 6, ma ho anche scritto che
RHEL 5 è fortemente orientato ai cluster, ed in particolare nel campo specialistico dell'High-Performance Computing, fra
lam,
lapack,
pvm,
openib ed
openmpi non manca proprio niente.
Per quanto riguarda Ruby, molti moduli PERL e le librerie di sviluppo Java (comunque ridotte rispetto a
Fedora 6), dovrete invece scegliere la personalizzazione dell'installazione, così come per alcune librerie PHP e per Tomcat 5. Al contrario, un pacchetto di monitoraggio delle risorse come
OProfile è disponibile di default, e fra i pacchetti dell'installazione è selezionata anche una voce
Clustering del tutto nuova rispetto a
Fedora 6). Curiosamente, continua a dover essere installato, fra i pacchetti
Base, l'archiviatore di ultima generazione
star, così utile se si usa
SELinux.
L'installazione con Anaconda, in generale, a parte la dotazione di pacchetti, è del tutto simile a quella dell'ultimo
Fedora; alcune importanti differenze le troviamo nella fase di tuning post-installazione, preliminare alla prima esecuzione. Possiamo scegliere di abilitare
KDump, un meccanismo di dumping del kernel in caso di crash che però richiede una RAM minima di 384 MB e ne occupa stabilmente almeno 64 MB, e non supporta inoltre alla data il kernel Xen. Sempre in questa fase può essere effettuata l'installazione di pacchetti aggiuntivi da CD, che purtroppo mi ha dato un
Errore sconosciuto in tutti i set-up di
Red Hat Enterprise Linux Server 5 (RHEL 5) che ho effettuato. L'abilitazione degli aggiornamenti, con il potente e versatile
up2date, richiede anch'essa una procedura a parte, che prevede il login alla
Red Hat Network e la creazione di un
profilo per la macchina, inviando opzionalmente informazioni sull'hardware e sui pacchetti installati che permettono di personalizzare gli aggiornamenti.
Se il colore di
Zod (il vecchio nome di
Fedora 6) è il blu, in
Red Hat Enterprise Linux Server 5 (RHEL 5) impera il rosso, come notiamo sin dalla
schermata di benvenuto, per altri versi simile a quella di
Fedora. Se, come in figura, diamo un'occhiata alla voce relativa ai tool di programmazione, troveremo un menu piuttosto scarno, privo in particolare sia dell'editor per Python Epic che del più famoso IDE C/C++ per GNOME, ovvero
Anjuta. Diverso il discorso per Eclipse, che alla data la Red Hat offre in una versione
pacchettizzata che costituisce un prodotto a parte, la
Red Hat Developer Suite, e che può essere altresì scaricato come pacchetto aggiuntivo. Inoltre alcuni pacchetti, come i
MySQL Tools, possono essere installati anche utilizzando gli RPM dell'attuale versione 4 di
RHEL.
Con questa versione, Red Hat lancia un nuovo paradigma per il deployment dei propri sistemi, lo
Stateless Linux, del quale gli ormai consolidati LiveCD o la
virtualizzazione costituiscono solo un aspetto. L'obiettivo finale è quello di poter rimpiazzare
a caldo un qualsiasi sistema, sia esso
diskless o dotato di storage su disco, ed è evidente l'interesse nel campo delle applicazioni
clusterizzate, su cui il Cappello Rosso ha puntato tanto grazie all'integrazione con la
Red Hat Cluster Suite. Già con
Fedora 6 sono stati apportati alcuni cambiamenti al kernel, che investono in primo luogo il modo in cui il sistema operativo esegue il filesystem root: tutte le partizioni di sistema sono montate in sola lettura; la root può essere montata su NFS o iCSI; la funzionalità detta
NFS loopback root permette di avere un'immagine del sistema operativo come immagine su file, invece che come una share NFS; e tutte queste immagini possono essere
deplorate in un ambiente virtuale con Xen.
Altri cambiamenti permettono a differenti macchine di eseguire una singola immagine del sistema operativo, come: la configurazione automatica dell'hardware che carica al boot tutti i moduli necessari; la configurazione automatica di X, che comprende i monitor ed i dispositivi di input; e la possibilità di configurare la rete e le stampanti sui desktop senza avere la password di root. L'attuale beta di
Red Hat Enterprise Linux Server 5 (RHEL 5) supporta il deployment delle immagini via NFS, anche in modalità
loopback, ed il boot da iSCSI; attualmente, non è possibile eseguire il sistema operativo da un file system locale i cui cambiamenti siano sincronizzati da un server master, giacché non sono ancora stati implementati i cambiamenti necessari al kernel. Chi voglia provare queste nuove caratteristiche dovrà seguire, alla data, tutti i passi descritti per
Fedora Core 6 nello
Stateless Linux HOWTO. A proposito di kernel, sia
Fedora Core 6 che
Red Hat Enterprise Linux Server 5 (RHEL 5) supportano ora solo processori x86 dotati di PAE (Physical Address Extensions), per cui queste ultime sono state incorporate nel kernel stesso.