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Red Hat Enterprise Linux 5 Beta 2: Tikanga alla prova! (1/2)
Scritto da Paolo De Nictolis il 21-12-2006 ore 13:19
Intel Parallel Studio XE
E così, finalmente Tikanga, ovvero Red Hat Enterprise Linux Server 5 (RHEL 5) è disponibile, seppure in versione beta, al pubblico. Cosa dobbiamo aspettarci in più rispetto alla versione gratuita da cui prende le mosse, Fedora Core 6? Dalle prove che ho effettuato, comincerei con una parola: stabilità. In Red Hat Enterprise Linux Server 5 (RHEL 5) finiscono solo i pacchetti che hanno dimostrato, più volte, una completa affidabilità in Fedora, e la dotazione di software di RHEL 5 non è nemmeno paragonabile a quella di Fedora Core 6 (in particolare, manca OpenOffice.org): eppure, nessun collo di bottiglia, nessuna dipendenza irrisolta, nessun server che non funzioni al primo colpo dopo l'avvio dallo snap-in amministrativo Services, nessuna impostazione del server grafico X che non venga subito riconosciuta.

Abbiamo inoltre alcuni servizi aggiuntivi, quali readahead che effettua il prefetching in memoria dei programmi utilizzati in fase di start-up, velocizzandone la partenza. Nel menu System/Documentazione troveremo una versione preliminare della Deployment Guide che mi è stata molto utile nelle prove; un'altra risorsa di indiscutibile aiuto è la mailing list dedicata.

Qualche problema lo dà solo il frontend grafico per l'aggiornamento dei pacchetti, il ben noto pirut, uso ad andare in segmentation fault dopo l'installazione degli aggiornamenti; per di più l'installer grafico yumex, mio usuale compagno, non è un pacchetto disponibile in questa versione. Ancora, lo stesso database degli RPM, basato su Berkeley DB, è stato corrotto più volte durante le prove a seguito di un'installazione, richiedendo ogni volta la cancellazione delle informazioni di lock con l'usuale rm -f /var/lib/rpm/__db*. Il download prevede 5 CD (che scendono a 4 se si sceglie di compilare dai sorgenti) più un Supplementary che comprende tutto il software gratuito che, per motivi di licenza, non è possibile includere nella distro mainstream: Adobe Acrobat Reader 7.0, i vari JDK 1.4.2 ed 1.5.0, il plug-in per Flash. Prestiamo particolare attenzione, in questi CD, alle cartelle Cluster, ClusterStorage e VT, che contengono i pacchetti binari rispettivamente: per il failover clustering ed opzioni per il bilanciamento del carico; per il filesystem parallelo clusterizzato ed opzioni per la gestione del volume clusterizzato; per le opzioni di virtualizzazione.

Se vogliamo usufruire degli aggiornamenti e del download di pacchetti aggiuntivi tramite la Red Hat Network dovremo specificare, in fase di installazione, un numero di registrazione; nelle Release Notes, la cui versione più aggiornata è disponibile online, insieme alle note aggiuntive, ne troverete uno di default, ma è possibile ottenerlo anche registrandosi per una versione di valutazione a 30 giorni di un qualsiasi Red Hat Linux Enterprise. Ho detto che la dotazione di pacchetti non è paragonabile a quella di Fedora Core 6, ma ho anche scritto che RHEL 5 è fortemente orientato ai cluster, ed in particolare nel campo specialistico dell'High-Performance Computing, fra lam, lapack, pvm, openib ed openmpi non manca proprio niente.

Per quanto riguarda Ruby, molti moduli PERL e le librerie di sviluppo Java (comunque ridotte rispetto a Fedora 6), dovrete invece scegliere la personalizzazione dell'installazione, così come per alcune librerie PHP e per Tomcat 5. Al contrario, un pacchetto di monitoraggio delle risorse come OProfile è disponibile di default, e fra i pacchetti dell'installazione è selezionata anche una voce Clustering del tutto nuova rispetto a Fedora 6). Curiosamente, continua a dover essere installato, fra i pacchetti Base, l'archiviatore di ultima generazione star, così utile se si usa SELinux.

L'installazione con Anaconda, in generale, a parte la dotazione di pacchetti, è del tutto simile a quella dell'ultimo Fedora; alcune importanti differenze le troviamo nella fase di tuning post-installazione, preliminare alla prima esecuzione. Possiamo scegliere di abilitare KDump, un meccanismo di dumping del kernel in caso di crash che però richiede una RAM minima di 384 MB e ne occupa stabilmente almeno 64 MB, e non supporta inoltre alla data il kernel Xen. Sempre in questa fase può essere effettuata l'installazione di pacchetti aggiuntivi da CD, che purtroppo mi ha dato un Errore sconosciuto in tutti i set-up di Red Hat Enterprise Linux Server 5 (RHEL 5) che ho effettuato. L'abilitazione degli aggiornamenti, con il potente e versatile up2date, richiede anch'essa una procedura a parte, che prevede il login alla Red Hat Network e la creazione di un profilo per la macchina, inviando opzionalmente informazioni sull'hardware e sui pacchetti installati che permettono di personalizzare gli aggiornamenti.

Se il colore di Zod (il vecchio nome di Fedora 6) è il blu, in Red Hat Enterprise Linux Server 5 (RHEL 5) impera il rosso, come notiamo sin dalla schermata di benvenuto, per altri versi simile a quella di Fedora. Se, come in figura, diamo un'occhiata alla voce relativa ai tool di programmazione, troveremo un menu piuttosto scarno, privo in particolare sia dell'editor per Python Epic che del più famoso IDE C/C++ per GNOME, ovvero Anjuta. Diverso il discorso per Eclipse, che alla data la Red Hat offre in una versione pacchettizzata che costituisce un prodotto a parte, la Red Hat Developer Suite, e che può essere altresì scaricato come pacchetto aggiuntivo. Inoltre alcuni pacchetti, come i MySQL Tools, possono essere installati anche utilizzando gli RPM dell'attuale versione 4 di RHEL.

Con questa versione, Red Hat lancia un nuovo paradigma per il deployment dei propri sistemi, lo Stateless Linux, del quale gli ormai consolidati LiveCD o la virtualizzazione costituiscono solo un aspetto. L'obiettivo finale è quello di poter rimpiazzare a caldo un qualsiasi sistema, sia esso diskless o dotato di storage su disco, ed è evidente l'interesse nel campo delle applicazioni clusterizzate, su cui il Cappello Rosso ha puntato tanto grazie all'integrazione con la Red Hat Cluster Suite. Già con Fedora 6 sono stati apportati alcuni cambiamenti al kernel, che investono in primo luogo il modo in cui il sistema operativo esegue il filesystem root: tutte le partizioni di sistema sono montate in sola lettura; la root può essere montata su NFS o iCSI; la funzionalità detta NFS loopback root permette di avere un'immagine del sistema operativo come immagine su file, invece che come una share NFS; e tutte queste immagini possono essere deplorate in un ambiente virtuale con Xen.

Altri cambiamenti permettono a differenti macchine di eseguire una singola immagine del sistema operativo, come: la configurazione automatica dell'hardware che carica al boot tutti i moduli necessari; la configurazione automatica di X, che comprende i monitor ed i dispositivi di input; e la possibilità di configurare la rete e le stampanti sui desktop senza avere la password di root. L'attuale beta di Red Hat Enterprise Linux Server 5 (RHEL 5) supporta il deployment delle immagini via NFS, anche in modalità loopback, ed il boot da iSCSI; attualmente, non è possibile eseguire il sistema operativo da un file system locale i cui cambiamenti siano sincronizzati da un server master, giacché non sono ancora stati implementati i cambiamenti necessari al kernel. Chi voglia provare queste nuove caratteristiche dovrà seguire, alla data, tutti i passi descritti per Fedora Core 6 nello Stateless Linux HOWTO. A proposito di kernel, sia Fedora Core 6 che Red Hat Enterprise Linux Server 5 (RHEL 5) supportano ora solo processori x86 dotati di PAE (Physical Address Extensions), per cui queste ultime sono state incorporate nel kernel stesso.
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