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Greenpeace
La censura viaggia sul Web
Scritto da Gianfranco Budano il 23-05-2007 ore 11:13
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OpenNet Initiative ha individuato ventisei Paesi, che praticano la censura sul Web bloccando l’accesso a siti sensibili; le ragioni sono di tipo politico, sociale o di sicurezza nazionale. Questo tipo di censura sta aumentando a livello globale; sono molti i governi che la utilizzano per scopi a dir poco sospetti. È ciò risulta da una ricerca effettuata in tutto il mondo.

John Palfrey, direttore esecutivo del Berkman Center for Internet and Society, e professore di Legge alla Harvard Law School, crede che la censura sia utilizzata da molti paesi in tutto il mondo. La ricerca si concentra su alcune aree geografiche come l’Asia, il Medio Oriente e il Nord Africa: sarebbero ventisei, su un campione di quarantuno, i paesi che sorvegliano, filtrando o bloccando, le comunicazioni Internet. Palfrey evidenzia come la presenza di filtri e dispositivi di sorveglianza elettronica possono erodere le libertà civili e la privacy, e soffocare le comunicazioni fra liberi cittadini. La ricerca sottolinea, inoltre, come aumentino i paesi che si accingono ad introdurre regolamenti sempre più restrittivi in tema di comunicazioni elettroniche. Scopriamo così che vengono bloccate comunicazioni da applicazioni come Skype, YouTube o Google Maps, e non quelle di natura pornografica o contenenti informazioni riguardanti i diritti umani.

Tre sono le spiegazioni logiche per applicare un filtro:
  1. politica e potere portano di solito alla censura di gruppi politici di opposizione, e tale pratica risulta comune a molti dei paesi indagati;
  2. le consuetudini sociali portano alla censura di soggetti potenzialmente offensivi del comune senso del pudore come pornografia, siti con contenuti per omosessuali o gioco d’azzardo; anche questa tipologia è comune a molti dei paesi indagati;
  3. la sicurezza determina la censura di siti, che possono mettere in pericolo la sicurezza nazionale come quelli di gruppi radicali o separatisti.
L'indagine evidenzia come Cina, Iran e Arabia Saudita, oltre che censurare svariate tipologie di informazioni, bloccano tutto ciò che in qualche modo comprende contenuti ad esse correlati. In Corea del Sud la censura è molto limitata, ma filtra pesantemente un soggetto: la Corea del Nord. Secondo OpenNet Initiative la censura ha la mano pesante in Birmania, Cina, Iran, Siria, Tunisia, e Vietnam. Arabia Saudita, Iran, Tunisia e Yemen prediligono la censura dei contenuti sociali, mentre Birmania, Cina, Iran, Pakistan e Sud Corea hanno la più consistente cortina di filtraggio della sicurezza nazionale con l’obiettivo di oscurare siti estremisti e separatisti. Nessuna censura invece è stata rilevata in quattordici paesi fra i quali Afganistan, Egitto, Israele, West Bank e Gaza, Malesia, Nepal, Venezuela e Zimbawe, dai quali ci si sarebbe aspettato una qualche forma di controllo censorio.

I quarantuno paesi indagati sono stati scelti sulla base di due criteri: paesi dove il test poteva essere effettuato in maniera sicura e dove c’era molto da imparare circa la gestione della sorveglianza on line. La ricerca ha riguardato migliaia di siti attraverso centoventi Internet provider, per un totale di almeno duecentomila osservazioni. Per ciò che ci riguarda ‘pare’ possiamo stare tranquilli: i Paesi europei e quelli del Nord America non risultano sorvegliati perché le grandi compagnie private, piuttosto che i governi, tendono a filtrare traffico con lo scopo di eliminare lo spam, garantire la protezione dei diritti d’autore o proteggere i minori dalla pedopornografia.

Ron Deibert, professore associato di scienze politiche e direttore del Citizen Lab al Munk Centre ci spiega che esistono veri e propri criteri per misurare l’ammontare delle informazioni: un range di argomenti censurato viene definito “larghezza”, la quantità di contenuto bloccato viene definita “profondità”. La “larghezza” di filtro rappresenta l’ambizione dei censori, la “profondità” misura il successo del filtro.

La Corea del Sud rappresenta un caso interessante. Essa filtra molto poco con l’eccezione dei siti a favore della Corea del Nord, molti dei quali sono ospitati in Giappone. L’accuratezza con la quale la Corea del Sud procede al blocco di questi siti mostra la sua determinazione nell’eliminare fuoriuscite potenzialmente dannose per la sicurezza nazionale. La ricerca mette in luce, inoltre, modalità nuove ed emergenti nella pratica della censura, incluso il filtraggio basato sugli eventi dove il contenuto è reso inaccessibile nelle vicinanze delle elezioni e di altri momenti politicamente importanti.

La OpenNet Initiative è una partership fra le università di Cambridge, Oxford, Harvard e Toronto fondata dalla John D. and Catherine T. MacArthur Foundation.
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