Meno tecnologia, più empatia. Questo lo slogan che potrebbe caratterizzare il libro di
Steve Talbott. A suo giudizio l'infatuazione per le tecnologie rischia di farci perdere la nostra coscienza ed il nostro senso di responsabilità, rendendoci sempre meno umani e sempre più simili alle macchine computazionali che abbiamo costruito.
Talbott, ex programmatore, è attualmente
Senior Researcher presso il
Nature Institute di New York. Questa istituzione, ispirandosi all'
antroposofia steineriana ed alla
psicologia della Gestalt, muove una decisa critica verso le interpretazioni riduzioniste e meccanicistiche del mondo e propone un nuovo approccio, olistico e qualitativo, allo studio del rapporto tra tecnologia e natura.
Una dicotomia percorre l'intero libro: strumenti dell'anima contrapposti ai dispositivi ed alle entità elettroniche che ci circondano. Con toni pacati nella forma, ma polemici nella sostanza,
Talbott cerca di persuaderci del pericolo che corriamo. L'interazione quotidiana con le macchine è possibile solo adeguandoci alle loro esigenze, scendendo al loro livello, perdendo ciò che ci rende umani. Il rapporto con noi stessi, con gli altri e con la natura tende a spezzarsi. Immersi in una nebbia elettronica, circondati e narcotizzati dall'artificiale che ci impone velocità ed efficienza, che divora il nostro tempo ed i nostri pensieri, scivoliamo in una realtà senza più significato. Alla conversazione, interazione di anime, si sostituisce il trasferimento automatico di informazioni – siamo solo dei buffer temporanei tra un database e l'altro? – alla riflessione il
data mining, alle decisioni consapevoli e sofferte una mera sequenza di
"case of".
E' una critica a tutto campo quella di
Talbott verso la tecnologia e le scienze, in particolare l'Intelligenza Artificiale e le scienze cognitive. Spersonalizzazione, alienazione, allontanamento da un presunto
stato di natura, echi del mito del
buon selvaggio: il rapporto uomo-macchina è visto come una sorta di
patto con il diavolo – non a caso
Goethe è uno delle fonti ispiratrici del
Nature Institute – in cui la macchina ha iniziato il suo perfido lavoro di corruzione dell'identità umana sin dagli albori della storia.
L'epopea di Ulisse serve all'autore per individuare nella tecnologia uno strumento che ha sì contribuito alla costruzione dell'individuo, ma lo ha allontanato dal mondo naturale per farlo entrare in un mondo alieno, straniero, continuamente trasformato dalla tecnologia stessa. Assecondare la spinta alla sfida, alla scoperta, alla ricerca dei confini di questo mondo è lecito secondo l'autore, a patto di conservare piena coscienza e consapevolezza di noi stessi.
Per conoscere davvero qualcosa o qualcuno, sostiene
Talbott, è necessario entrare in sintonia, in "risonanza" con l'oggetto della nostra attenzione: c'è differenza – e qui non si può che essere d'accordo – tra avere informazioni su qualcosa e conoscere qualcosa. Usare i nostri sensi, le nostre emozioni, i nostri sentimenti come dispositivi che ci aiutino a convivere in piena consapevolezza con noi stessi e con gli altri, a recuperare il contatto ancestrale con la natura: questo il nuovo obbiettivo proposto. Non eliminare dalla nostra esistenza, solo perché non spiegabili scientificamente, le esperienze di confine, le sensazioni inspiegabili, le interazioni. Le vite piene e complesse delle persone con gravi handicap testimoniano quante potenzialità nascoste e solitamente inespresse possono essere recuperate per immergersi completamente nel flusso della realtà, senza che questa venga mediata da troppe interfacce artificiali, spesso artificiose.
Riflessioni e considerazioni a volte condivisibili, quelle di
Talbott, ma che paiono troppo spesso ingenue e
naïve e, soprattutto, scarsamente argomentate. Nel momento in cui l’autore tocca il tema dell'educazione e della formazione dei giovani, il lettore italiano sospira. Viene descritto un sistema scolastico in cui computer e strumenti informatici hanno preso il posto di maestri e professori, in cui Internet è quasi l'unica fonte informativa, in cui non esiste più l'abitudine alla conversazione verbale, in cui i curriculum sono una mera raccolta di voti e valutazioni numeriche. La sua provocatoria proposta è quella di de-informatizzare il processo educativo e formativo. Una soluzione che il sistema scolastico italiano ha adottato fin dall'inizio dell'era informatica...
La massima verve polemica l'autore la riserva verso ricercatori e scienziati dichiaratamente riduzionisti, come il famoso padre degli insetti-robot
Rodney Brooks. Sono guardate con malcelato biasimo sia le ricerche che esplorano le possibilità – per l'autore pari a zero – di intelligenze artificiali, sia gli studi di neuroscienze, che indagano sul funzionamento del cervello e sulla natura biologica e cognitiva della coscienza.
Ciò che maggiormente stupisce durante la lettura del libro è la mancanza di collegamenti con tutte quelle idee e considerazioni sul rapporto tra uomo e tecnologia che la filosofia e la sociologia ha prodotto negli ultimi due secoli. In particolare la
visione postmoderna che da
Nietzsche,
Heidegger,
Lyotard, passa per
Jean Baudrillard,
Paul Feyerabend e
Donna Haraway e giunge al nutrito gruppo di filosofi ed intellettuali –
McLuhan,
Lévy,
de Kerckhove,
Maldonado solo per citarne alcuni – che si è occupato delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione e del loro impatto sugli individui e sulla società. Non viene citato neppure il teologo francese
Jacques Ellul, anche lui profondamente critico verso la società tecnologica e sostenitore dell'
ideale di decrescita. Nessuna traccia infine di ciò che il Web 2.0, con la sua attenzione alla persona, alla socialità ed alla comunicazione di esperienze potrebbe rappresentare come risposta alle inquietudini generate dall'informatica sempre più pervasiva.
Quella di
Talbott è quindi una lunga serie di riflessioni personali, paradassolmente quasi solipsistiche, spesso frammentate e ridondanti che tradiscono anche l'origine – la
newsletter dell'autore – del contenuto del libro. Trovare il tempo di
disconnettersi e coltivare un'
ecologia della mente: questo è il suo messaggio finale. Condivisibile, ma scontato.
Per concludere in controtendenza rispetto alla mia valutazione non particolarmente positiva sul libro vorrei comunque citare un passaggio che trovo molto bello, anche se il mio concetto di conversazione reale è più generale e meno legato al mezzo o alla modalità di comunicazione.
"Una conversazione reale", scrive
Talbott,
"è una forza creativa – si potrebbe dire la forza creativa – attraverso la quale nuove cose vengono immesse nel mondo."

Per chi non ama particolarmente computer, telefonini e tecnologia in generale questo libro potrebbe costituire una sponda preziosa. Da leggere ascoltando world music e sorseggiando una tisana di tiglio e melissa, in perfetto stile New Age o post New Age.