Viviamo nell'era dell'informazione. L'informazione ci circonda, ci avvolge, spesso ci sommerge. Le informazioni sono importanti, fondamentali. Ma ancor più importante è trovarle. Spendiamo sempre più tempo per cercare quello di cui abbiamo bisogno. Siamo sempre più spesso preda di un'ansia che ci porta a ricercare sempre più informazioni, in maniera quasi ossessiva, alla ricerca dell'"informazione perfetta". Oppure, al contrario, ci accontentiamo. Una rapida visita a
Google, una scorsa ai primi risultati proposti da un algoritmo misterioso e la nostra ricerca è già conclusa.
Questo libro descrive un mondo emergente dove è possibile trovare chiunque o qualunque cosa in ogni luogo ed in ogni istante.
Peter Morville, grande esperto di
architettura dell'informazione, apre un dialogo con noi fin dalle prime pagine di questo affascinante libro, comunicandoci le sue idee, i suoi suggerimenti e le sue riflessioni su un argomento così vasto e complesso come la
findability. Questa parola è di difficile traduzione: potremmo provare con rintracciabilità, ma in inglese il termine ha più sfumature. La
findability è la proprietà di un oggetto — sia esso un luogo, una persona, un oggetto fisico o un dato — di essere localizzabile, definisce quanto l'oggetto stesso sia facilmente scopribile o rintracciabile e, su un altro livello, evidenzia il grado di un sistema di supportare la navigazione ed il ritrovamento di oggetti. La
findability richiede definizioni, distinzioni, differenze. Lo strumento principe, nel mondo digitale, è la parola. Parola come etichetta e come collegamento. Parola chiave. Tag.
Ma il binomio cercare-trovare non si applica solo al moderno contesto informatico. L'attività di ricerca è nata con l'uomo. La capacità degli esseri umani di trasformare mappe mentali derivate dall'esperienza personale in rappresentazioni visuali simboliche da condividere con gli altri ha dato loro un enorme vantaggio competitivo. L'interazione tra l'uomo ed il suo ambiente ha prodotto le mappe, primi sistemi di ausilio alla localizzazione di luoghi fisici.
Morville ci racconta l'evoluzione del
wayfinding, dalle prime mappe incise su pietra alle moderne tecniche di georeferenziazione e ci invita a riflettere sull'uso che noi facciamo sul Web di metafore spaziali per descrivere il nostro navigare — appunto — in Rete. Quando ci trasferiamo nel cyberspazio portiamo con noi il nostro corpo ed in nostri istinti, forgiati da millenni di evoluzione. Questi istinti non sono però in grado di "leggere" l'ambiente virtuale come quello naturale. Abbiamo appena iniziato ad adattarci alla nuova savana. E' proprio la frizione tra l'evoluzione, che si muove lentamente, e la tecnologia dal piè veloce che ha dato alla luce concetti quali l'
usabilità, l'
User Experience, l'
User Centred Design.
Morville ci tiene ad evidenziare che la
findability precede l'usabilità: non si può utilizzare qualcosa che non si trova. Altra considerazione: lo spazio virtuale è diverso dallo spazio semantico. Ed il Web è ancora un medium testuale, in cui le
"parole veicolano il significato e lo trasferiscono tramite il link".
Affascinante, non c'è che dire. Purtroppo il linguaggio ha dei limiti. Il linguaggio è allo stesso tempo mappa e labirinto. Le parole rappresentano oggetti e concetti, ma esse sono imprecise, ambigue, vaghe, opache. Una disciplina cerca di fornirci un aiuto, una rete che ci aiuti a pescare nell'oceano informativo proprio quello che cerchiamo: questa disciplina è l'
Information Retrieval[/i]. Tale scienza si basa sul concetto di rilevanza e cerca di sviluppare sistemi ed algoritmi di ricerca, che ottengano risultati il più possibile pertinenti ed esaustivi. Ma più grande è l'insieme di ricerca, più sarà difficile soddisfare questi due criteri. Per limitare i danni occorre avvalersi di una rappresentazione strutturata dell'informazione e a procedure di catalogazione delle informazioni tramite metadati, come quelli che negli schedari delle biblioteche vengono utilizzati per descrivere un libro. Il problema rimane la soggettività della classificazione. Due scuole di pensiero si fronteggiano nel mondo della Rete. C'è chi, come i sostenitori del Web semantico, prediligono
tassonomie formali e gerarchiche, vocabolari controllati ed
ontologie centralizzate. Dall'altra i fan del Web sociale preferiscono parlare di
folksonomie,
tassonomie condivise e create dal basso tramite l'utilizzo da parte degli utenti di un sistema di
tagging; questi tag diventano i pivot per la navigazione sociale. Come spesso accade sarà probabilmente un ibrido tra le due filosofie — sociosemantic Web? — il modello vincente.
Morville colloquia amabilmente con noi lettori. Spesso invita ad unirsi alla conversazione esperti e studiosi di varie discipline, che tramite citazioni e riferimenti contribuiscono a fornirci un quadro chiaro degli argomenti trattati. Fotografie, figure, diagrammi contribuiscono a creare un perfetto esempio di
info-estetica.
Ma non perdiamo il filo. Ciò che sta accedendo in questi anni è l'enorme numero di "output fisici" che trasformiamo in input digitali. Stiamo
scannerizzando la realtà. Enormi quantità di dati sul mondo reale vengono immessi dentro le nostre reti e contemporaneamente creiamo miriadi di nuove interfacce per esportare, ovunque ed in qualsiasi istante, le informazioni contenute nella Rete. L'
ubiquitous (pervasive) computing e l'
Internet delle cose non sono poi così lontani. Gli oggetti non solo diventano rintracciabili, grazie ai sistemi wireless, alle tecnologie RFID, al GPS, ma si trasformano in
spimes — la definizione è di
Bruce Sterling — oggetti con una storia che sintetizza la loro popolarità e la loro reputazione. Un esempio? I libri venduti da
Amazon, che inglobano anche tutte le informazioni possibili sul loro conto, non solo dati base come titolo ed autore, ma recensioni, valutazioni, opere simili e via dicendo.
La gestione di tutta questa informazione richiede di studiare attentamente le interazioni tra l'informazione stessa e i media che la veicolano, le interfacce che la visualizzano, gli utenti che la utilizzano. L'
Human Information Interaction e il
Communication Design sono aree di studio, che usano un approccio ingegneristico e multidisciplinare per migliorare la comprensione del processo, sempre più interattivo ed iterativo, di ricerca dell'informazione e per ottimizzare tutte le interfacce tra mondo digitale e mondo fisico.
Molto altro è presente in questo libro, gustoso e succoso come un frutto maturo, pieno di vitamine per la mente. Internet è un arazzo riccamente intessuto di parole e codice, realizzato in base a strani intrecci tra persone, contenuti e metadati. Sempre più sarà utilizzato come supporto alle nostre decisioni, come fonte a cui attingere dati ed informazioni filtrati dall'intelligenza collettiva e da una sorta di "saggezza indipendente". La
findability è un modo per trovare la strada migliore per ciascuno di noi.
Scrive
Morville:
"Nel Web siamo liberi e quello che troviamo contribuisce a definirci continuamente".