Secondo una
sua riflessione, che è possibile leggere sul
blog,
Zed A. Shaw ritiene che i programmatori famosi non possano esistere. Shaw, famoso per aver creato il
web server Mongrel per Ruby e fino a poco tempo fa ingegnere software presso
Dropbox, arriva a questa conclusione analizzando i "datori di lavoro" dei programmatori. Chi crea una società per la commercializzazione di software, secondo Shaw,
riceve una grande attenzione dai media: si viene a sapere chi investe, a quanto ammontano i finanziamenti, qual è la capitalizzazione della nuova impresa, i suoi guadagni, se il suo successo deriva da pura fortuna... Il titolare insomma diventa famoso.
Ma le menti che hanno lavorato per il boss, i coder che hanno sviluppato i framework alla base del suo successo (in caso di successo, ovviamente) non li conosce mai nessuno. Shaw ritiene che ai programmatori venga attribuito dal mercato l'ingrato compito di racchiudere ogni loro esperienza e capacità in un bel pacchetto — il software — che consegnano al capo, facendo perdere quindi le proprie tracce. Insomma, il loro ruolo finisce lì e la loro esistenza perde di qualunque significato:
i programmatori non possono diventare famosi, come i cittadini di serie B. Nessuno sembra volersi ricordare dei programmatori: adesso
li costringono anche ad usare la licenza BSD per non doverli citare nei
credits.
Conclusione: i tool che usiamo tutti i giorni possono certamente essere famosi e diffusi, ma chi sinceramente può dire di conoscere altrettanto bene le persone che li hanno creati, gli sviluppatori e i creativi che li hanno disegnati pezzo per pezzo? Oggi i programmatori famosi non lo sono più per la qualità o la quantità di righe di codice scritte, ma per il business che hanno messo in piedi e per le chiacchiere che si fanno attorno. Una prova? A Shaw in cerca di lavoro viene offerto un posto come amministratore di sistema: per qualcuno capace di realizzare
web server,
framework di posta elettronica,
DBMS, server di chat e assembler forse è un po' poco...